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di Marco Pappalardo. Da La Sicilia del 15 ottobre 2007
Rula e Gianni, genitori con una grande passione
per le missioni umanitarie
«Come genitori il nostro obiettivo principale era di essere
buoni, impegnati e responsabili. In
altre parole, era quello di essere modelli per i nostri figli».
Queste sono le prime parole che Gianni e Rula Casale, sposi da
quasi 30 anni e genitori di
4 figli, dicono parlando della loro esperienza missionaria
iniziata nel
2004 in
Cambogia, proseguita
nel
2005 in
Sudan e fino al 2007 ad Haiti, ma che ha radici ben più profonde. Non è
semplice star dietro alla loro storia familiare ricca di viaggi,
di incroci di nazionalità, di esperienze
lavorative, ma non è male perdersi tra i «fiumi di parole»
appassionate ed entusiaste
di Gianni (docente, siciliano di 61 anni) e le frasi semplici e
brevi di Rula (infermiera professionale,
greca di 54 anni). Li abbiamo incontrati a Furci Siculo (Me)
dove in estate riposano un
po con i figli, ritrovano i parenti, incontrano i centri dei
Salesiani Cooperatori a cui danno testimonianza.
Quando avete deciso di partire in missione?
«Il desiderio - dice Gianni) cè sempre stato, ma non potevamo
trascurare i nostri figli. Una volta
cresciuti e autonomi ci siamo confrontati e loro hanno approvato
la nostra idea anche se
con un iniziale comprensibile timore. Hanno capito, poi, che gli
effetti benefici e fruttuosi della
nostra crescita spirituale e mentale avrebbero avuto un impatto
positivo anche su di loro».
E per quanto riguarda il lavoro e le questioni economiche?
«Avuta la possibilità di lasciare la professione e di avere la
pensione minima - afferma Rula -
appena sufficiente per soddisfare i bisogni materiali della
famiglia, abbiamo scelto di fare qualche
sacrificio, visto che eravamo abituati a vivere in modo più
agiato. Del resto abbiamo sempre provato ad inculcare a noi
stessi e ai nostri figli gli strumenti per raggiungere la
maturità
spirituale e mentale attraverso la sofferenza, facendo
sacrifici,
affrontando i problemi direttamente e facendo esperienza
del dolore».
Cosa vi ha spinti e vi spinge a lasciare tutto per diversi mesi
lanno?
«Il desiderio profondo e duraturo, nato dalla nostra fede
cristiana,
di servire i più deboli, desiderio maturato attraverso
i principi e lo spirito di Don Bosco di cui abbiamo fatto
esperienza.
Questa voglia di imparare dagli altri, da tutti i punti di
vista, ci ha fatto prendere la decisone
vitale di cambiare la nostra vita e quella della nostra
famiglia».
La prima esperienza in missione lavete vissuta in Cambogia, poi
in Sudan nel 2005, e per due
anni ad Haiti. Cosa accomuna questi luoghi?
«Pur essendo situati in continenti diversi abbiamo spesso
trovato situazioni di povertà e abbandono
comuni: una grande città e poi tanta periferia dove vivono
emigranti, popolazioni
impoverite dalle inondazioni, bambini sfruttati o abbandonati,
prostitute, malati di Aids e tossicodipendenti
e delinquenti. Si tratta spesso di villaggi costituiti da
baracche, privi di pozzi
e di ogni minimo servizio; la carestia, lestrema miseria, la
mancanza di lavoro, di strade, di
elettricità, di coltivazioni caratterizzano questi luoghi,
insomma una realtà che ha sempre superato
la nostra immaginazione e le nostre informazioni».
Cosa avete potuto fare?
«Rula - dice Gianni - ha fatto linfermiera, la sarta, la cuoca,
la compagna di giochi, la mamma.
Io ho insegnato lingue, matematica e scienze ai ragazzi e
pedagogia agli educatori laici senza
contare le "lezioni" di calcio e di catechismo. Tutte
le volte ci siamo resi disponibili in favore
dei bambini, dei giovani e dei poveri».
Si dice che «più si dà agli altri e più si riceve». Voi cosa
portate adesso nel vostro cuore?
«Non possiamo dimenticare gli incontri con i ragazzi, i piccoli
sorrisi, certi occhi che ti guardano.
Ci sentiamo più consapevoli di noi stessi, degli altri e di ciò
che accade attorno a noi. Ci
vediamo così come siamo, con i nostri limiti e le nostre forze.
Soprattutto abbiamo imparato
ad accettare ciò che non può essere cambiato, ma anche a
lavorare sodo per cambiare ciò
che può essere cambiato».
MARCO PAPPALARDO
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